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Non è senza un leggero smarrimento
che ci si avvicina alla poesia di Gilberto Burchianti. Quasi
l'evento poetico, che non nasce necessariamente dalla letterale
applicazione di leggi poetiche ma da un vero e proprio atto creativo,
avesse il compito di trasmettere un messaggio: il suo messaggio.
Tocchi leggeri, atmosfere sognate, espressioni sottratte alla
limpidezza del pensiero, immagini rubate alla natura:
"sono rauche le grida dei gabbiani in quest'alba che stenta
a sorgere nella calura estiva" e poi ancora
"mazzi di stelle hanno cantato le nubi"
e oltre,
" non ricordo se erano acacie o robinie nel giardino",
( Da verdi cicale),
allagano la mente del lettore in un mare di ricordi e nostalgie.
Tutto però controllato dalla lucidità del suo pensiero
sempre vigile e pronto a porre un freno quando il sentimentalismo
eccede.Perché Gilberto ha la forza della ragione che preme
sul sentimento e non permette a quest'ultimo di farla da padrone.
Così i suoi versi di una scioltezza infinita, di una brillantezza
talvolta colorata che risente anche della sua professione di
pittore, non debordano, non sconfinano, non tracimano verso i
paludosi stagni della retorica. Ed è sempre poesia quella
che coltiva i campi del suo intimo che niente ha da spartire
con la consuetudine del verso che troppo spesso allaga la nostra
mente.
Sempre una epifania quella che il poeta offre
al lettore,delicata e insieme forte, trasgressiva e allo stesso
tempo timida, quasi lo scoprirsi troppo fosse per lui nocivo.
Come è nocivo dilungarsi troppo in espressioni cromaticamente
felici,che diventano però vuote quando è prima
donna la supremazia della penna.
In Burchianti il verso è misurato,
talvolta racchiuso,quasi a impedire all'anima di denudarsi troppo.
Cosi i versi saltano chiamano, intrecciano momenti diversi a
spigolare grani maturi, verdi cicale, sbocchi di grilli,colori
venuti dal mare, tutto però quasi in sordina, perché
il gridare forte sconvolge i sentimenti.
Giuliana Matthieu
Da la Rivista d'arte e cultura
LA BALLATA
n°1-2007 |